“Se scendevi lungo il cordone o se salivi dalla cava, a destra, poco dopo la chiesa, svoltavi in via della Commenda, al numero quattro, saliti tre o quattro gradini, c’era un’antica osteria. Entravi incerto e, mentre ti sorgeva il dubbio che fosse una casa privata, compariva Aronne, alto e possente: ti faceva accomodare e sentivi che eri giunto in una specie di zona franca, sotto la sua protezione. Subito il vino di Orvieto cominciava a renderti più allegro. Con la sua voce intensa, Aronne, ti guidava sui percorsi accidentati e avventurosi delle historie orvietane.

La dimensione che veniva a crearsi, soffusa, avvolgente, confidenziale, i profumi della cucina, il calore dei corpi e delle parole, le canzoni strimpellate alla chitarra, dilatavano il tempo”. “Da Aronne si sapeva quando si entrava, mai quando si sarebbe usciti. Aronne fa parte di quel passato prossimo e di quel senso del mondo che la generazione contemporanea tende, con straordinaria rapidità, a cancellare: il mondo contadino, quello delle nostre zone, nel periodo tra le due guerre – Aronne nasce nel 1914 – immerse in una particolare arretratezza economica e sociale.

La stragrande maggioranza della popolazione era infatti impiegata nell’agricoltura: un esercito di senza terra che lavorava le campagne padronali senza un minimo di garanzie e di sicurezza. Da questo mondo usciva Aronne e da questo mondo, con orgoglio, si era riscattato, conservandone il senso profondo della fatica del vivere e della solidarietà tra gli uomini. Il suo amore per la letteratura e per la poesia veniva da lontano, il padre – prima – aveva nutrito la sua immaginazione e stimolato la sua fantasia; con lui aveva percorso in lungo e in largo l’Altipiano dell’Alfina alla ricerca di vestigia antiche, guidato dalle sue narrazioni si era imbattuto nel guerriero etrusco o aveva riscoperto il covo del brigante.

La biblioteca dei conti Manassei, poi, in cui si infilava ogni volta che fosse possibile, in cui divorava tutti i libri che riusciva ad agguantare, con curiosità sempre rinnovata”. “Viaggiava per le case dei contadini, case di campagna, senza luce né acqua, dove l’inverno lungo era scaldato dal camino grande sulla cui fiamma bolliva di continuo, lentamente, il paiolo. Nella cucina, stanza unica di soggiorno e di veglia, il camino caliginoso, con la sua cappa nera di fumo, il cui tiraggio era garantito dagli spifferi delle finestre e delle porte, era una specie di condotto astrale, che metteva in comunicazione con l’immensità remota dei cieli: la Befana, i grilli parlanti, i messaggi del vento, le storie dei briganti… Spesso portava con sé un libro e lo leggeva a tutta la numerosa illetterata famiglia.

I preferiti erano ‘Cuore’ e ‘Pinocchio’ e riusciva a strappare le lacrime a quei visi tirati dal sole e dal vento. E Aronne viveva in quel mondo fabulatorio che nutriva instancabilmente la sua straordinaria capacità di raccontare. La sua trattoria-taverna-osteria era una casa, la sua casa, calda e ospitale, favola di sanguigna vita contadina, ancora immersa nella vecchia struttura medievale, dove i palazzi dei possidenti sovrastavano la corte di casupole, là, nelle propaggini interne di Porta Maggiore.

La Cava, abitata da quei cittadini che mantenevano un ruolo intermedio, popolo di frontiera tra città e campagna, che la mattina presto già andavano all’osteria per fare colazione con i biscotti con l’anice, ricetta speciale dell’Elvira, oppure a pranzo, si facevano cuocere una braciola, trenta lire di cottura e un’iniezione di energia e di buon umore”. “….E noi andavamo da Eronne perché eravamo di sinistra e potevamo tranquillamente parlare di rivoluzione. Perché ci sentivamo solidali con questo antico popolo della Cava, stretto nei vicoli angusti, tra l’odore antico del fuoco di legna e quello dei panni stesi ad asciugare, tra le esalazioni delle piccole botteghe artigiane e dei cellai umidi di tufo.

Ma soprattutto noi andavamo da Aronne perché ci sentivamo a casa, una strana fascinosa casa avvolgente. Storditi un po’ dal vino, in una atmosfera solidale lui, astemio oste, col fiasco in mano, pronto a versare, ci raccontava, con quel suo orvietano antico e musicale, storie favolose. Mentre di là, in cucina, allegramente chiacchieravano tutte le sue donne: la moglie, le figlie, le vicine raccolte ad aiutare o a commentare cronaca e politica. Venivano gite scolastiche a sentirlo, un’affezionatissima insegnante di Merano non mancava anno che portasse i suoi studenti ad ascoltare, viva voce in ottave, la storia di Pia De’ Tolomei o la tragica avventura del Conte Faina”.

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